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Dopo un femminicidio restano i figli: le vittime invisibili della violenza

  • 2 minuti fa
  • Tempo di lettura: 5 min

Negli ultimi giorni l’Italia è stata nuovamente scossa da una serie di femminicidi. Donne uccise nelle proprie case, spesso per mano di un marito, di un compagno o di un ex che non accettava la fine della relazione.

Dietro ogni notizia, però, non c’è soltanto il nome di una donna che non tornerà più. Ci sono famiglie distrutte e, molto spesso, ci sono dei figli che improvvisamente perdono tutto.

Il 18 agosto 2026, a Colleferro, vicino Roma, una donna di cinquant’anni è stata uccisa a coltellate nella propria abitazione. Secondo quanto riportato dagli investigatori, uno dei suoi figli avrebbe assistito all’aggressione. La Procura di Velletri procede per femminicidio e il marito è stato fermato.

Pochi giorni prima, a Camponogara, in provincia di Venezia, è stata uccisa Tania Terrin, una donna di 39 anni. Tania aveva già denunciato l’ex compagno e nei confronti dell’uomo era stato emesso un ammonimento. Aveva raccontato ai vicini di trovarselo spesso sotto casa e aveva chiesto loro di non aprirgli. Nonostante la sua paura, la sua richiesta di aiuto e i segnali già presenti, Tania è stata soffocata nella propria abitazione. L’uomo si è poi tolto la vita.

Nel Cosentino, un’altra donna, madre di due figli, è stata abbandonata davanti a un ospedale ormai senza vita. Il compagno è stato rintracciato mentre si trovava al porto di Bari e, secondo le ricostruzioni degli inquirenti, stava cercando di lasciare l’Italia.

Sono storie diverse, avvenute in luoghi differenti, ma unite dallo stesso terribile filo: la violenza esercitata da uomini che trasformano una relazione in possesso e la libertà di una donna in una colpa da punire.

Non sono tragedie improvvise

Quando una donna viene uccisa da un uomo con cui aveva o aveva avuto una relazione, spesso si parla di “raptus”, di gelosia o di amore finito male.

Ma l’amore non uccide.

L’amore non controlla il telefono, non isola dagli amici, non limita la libertà, non minaccia e non perseguita. L’amore non fa vivere nella paura.

Il femminicidio, nella maggior parte dei casi, rappresenta l’ultimo atto di una violenza iniziata molto prima: con umiliazioni, controllo economico, ricatti, minacce, aggressioni, stalking e tentativi di impedire alla donna di allontanarsi.

Per questo non possiamo aspettare l’omicidio per riconoscere la gravità della situazione. Dobbiamo imparare ad ascoltare le donne quando raccontano di avere paura, senza giudicarle e senza chiedere perché non abbiano lasciato prima il proprio compagno.

Andarsene da una relazione violenta non è sempre facile. In alcuni casi, proprio il momento della separazione rappresenta la fase più pericolosa.

I figli, vittime invisibili

Quando una madre viene uccisa, i suoi figli non perdono soltanto un genitore.

Molto spesso perdono anche il padre, perché arrestato, condannato o morto suicida dopo il delitto. Perdono la propria casa, le abitudini quotidiane, la scuola, gli amici e, talvolta, persino il luogo nel quale sono cresciuti. Vengono affidati ai nonni, agli zii, a una famiglia affidataria oppure a una comunità.

Per questo vengono definiti “orfani speciali”: bambini e ragazzi che devono affrontare un lutto particolarmente complesso, perché una persona amata ha ucciso l’altra.

Secondo i dati raccolti dall’impresa sociale Con i Bambini, nel 36% dei casi esaminati i figli erano presenti al momento dell’uccisione della madre. Alcuni hanno visto l’aggressione, altri hanno ascoltato le urla oppure hanno trovato il corpo. Immagini e suoni che possono rimanere impressi nella memoria per tutta la vita.

Le conseguenze possono essere profonde: paura, sensi di colpa, rabbia, difficoltà a dormire, incubi, ansia, problemi scolastici e incapacità di fidarsi degli adulti. Alcuni bambini possono pensare di non aver fatto abbastanza per salvare la propria madre. Altri possono sentire la mancanza del padre, nonostante sia l’autore del delitto, e provare vergogna per questi sentimenti.

Non esiste un solo modo di vivere un trauma così grande.

A tutto questo si aggiungono spesso le difficoltà economiche. Chi accoglie questi bambini deve affrontare spese, percorsi psicologici, pratiche giudiziarie e una responsabilità enorme. Nella ricerca di Con i Bambini, l’83% delle famiglie coinvolte dichiarava di arrivare a fine mese con grande difficoltà.

Il dolore che continua nel tempo

Dopo un femminicidio, l’attenzione pubblica dura alcuni giorni. I giornali raccontano il delitto, le televisioni mostrano il luogo dell’omicidio e sui social compaiono messaggi di indignazione.

Poi arriva un’altra notizia e il silenzio ritorna.

Ma per i figli il dolore non termina quando le telecamere si spengono. Continua nei compleanni senza la mamma, nel primo giorno di scuola, nelle feste, nelle domande degli altri bambini e in ogni momento importante della loro crescita.

Continua anche quando, diventati adulti, cercano di comprendere ciò che è accaduto e di costruire relazioni senza permettere alla violenza vissuta di determinare il proprio futuro.

Questi bambini hanno bisogno di un sostegno psicologico continuativo, di stabilità, di protezione economica e di adulti preparati ad accompagnarli. Non possono essere lasciati soli dopo aver perso tutto.

La violenza assistita è già violenza

Anche quando un bambino non assiste direttamente all’omicidio, vivere in una casa nella quale la madre viene minacciata, insultata o picchiata significa subire violenza.

I figli sentono le discussioni, percepiscono la paura, osservano il controllo e imparano a vivere in uno stato di allerta continua. Alcuni cercano di proteggere la madre; altri rimangono in silenzio per paura di peggiorare la situazione.

Proteggere una donna significa quindi proteggere anche i suoi figli.

Ogni richiesta di aiuto deve essere presa sul serio. Non basta invitare una donna a denunciare: dopo la denuncia occorrono protezione concreta, controlli efficaci, luoghi sicuri e una rete capace di accompagnare lei e i suoi bambini.

Non chiamiamolo amore

Non dobbiamo ricordare queste donne soltanto come vittime. Prima di diventare nomi nelle pagine di cronaca erano madri, figlie, sorelle, amiche e lavoratrici. Avevano progetti, desideri, paure e una vita che qualcuno ha deciso di interrompere.

Raccontare i femminicidi significa anche restituire dignità alle donne, senza trasformare il loro dolore in spettacolo e senza cercare giustificazioni per chi le ha uccise.

Ma significa soprattutto guardare ciò che resta dopo: una cameretta vuota, una fotografia stretta tra le mani e dei figli costretti a crescere portando un dolore che nessun bambino dovrebbe conoscere.

Come società abbiamo il dovere di non voltarci dall’altra parte. Dobbiamo educare al rispetto, riconoscere i primi segnali della violenza, ascoltare senza giudicare e intervenire prima che sia troppo tardi.

Perché dopo ogni donna uccisa restano vite spezzate che continuano a chiedere giustizia, protezione e futuro.

Se stai vivendo una situazione di violenza o stalking, oppure conosci una donna che potrebbe essere in pericolo, puoi contattare il 1522. Il servizio è pubblico, gratuito e attivo 24 ore su 24, In caso di pericolo immediato chiama il 112.


A cura di Mercedes Bardhi

 
 
 

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